L’esperienza terapeutica della pratica fotografica

Giocando con alcuni fogli lasciati dal tempo sul tavolo dello studio me ne ritrovo in mano uno rappresentante una fotografia. Non ricordo il momento in cui ho deciso di riporre questa pagina nel mucchio ma non potrò mai scordare la bellezza di quest’immagine. È un elegante bianco e nero di un paesaggio: delle cime innevate, nella parte superiore dello scatto, fanno da sfondo alla riflettente acqua di quello che sembra un lago e a delle luminose rocce ben levigate in primo piano. Fin qui nulla di speciale, dov’è la bellezza di questo paesaggio apparentemente così comune? E se dicessi che questo non è un paesaggio ma un autoritratto? Ebbene sì, bisogna spostare l’occhio e addomesticare qualche secondo l’immagine per visualizzare un corpo umano. Si nota la parte superiore di un corpo nudo disteso prono tra le lisce superfici rocciose in primo piano occupante una grande porzione dell’immagine. Lì da sempre, nello spazio e nel tempo di un click, il corpo si mimetizza grazie al colore lunare della pelle simile a quello delle rocce. È qui che lo stupore si fa predatore dei pensieri poiché se prima il soggetto era un comune paesaggio, ora le cose cambiano: da luogo e panorama a uomo…o forse le due cose insieme (Leonardo: dal corpo al paesaggio / Lo specchio di Leonardo).

Eccolo il cuore della fotografia che pompa luce e poesia. Vengono in mente molte altre immagini dello stesso fotografo, il finlandese Arno R. Minkkinen, come una dove il corpo si intravede tra lo spazio stretto e longilineo creato da due tronchi di betulla. Due pelli, quella dell’uomo e quella dell’albero che vivono di un’unica luce e nell’assenza di colore si fondono e confondono in un armonico gioco di superfici. Tutti autoritratti dove l’individuo gioca liberamente con il contesto che lo circonda e dove l’immagine si fa spunto per una riflessione: io che rifletto su un’immagine e io che mi rifletto nella stessa immagine. Infatti in questo caso l’arte fotografica si fa pretesto per una lettura che forse esce dai binari del pensiero del fotografo e crea un tragitto che conduce il treno su una linea parallela. Fotografia come pre-testo ovvero come un testo da leggere liberamente, brano scritto con la luce e determinato dall’incidenza di chiari e scuri: lo spazio d’intesa dell’arte non è mai univoco, ma dà libero sfogo a interpretazioni diverse seguendo la storia e la conoscenza del fruitore.

È questo che si è tentato di fare durante una delle settimane di campus 2020, tenuti presso il MUBA, il museo dei bambini a Milano. Dall’osservazione delle fotografie di Arno (così amichevolmente chiamato dai bambini) alla loro rilettura nel contesto del museo e delle attività. Si è iniziato a pensare il proprio corpo in relazione allo spazio perché è questo che le immagini dell’artista chiamavano a fare. Man mano che i luoghi si facevano ideali giacigli per mani, gambe o piedi si capiva anche che il proprio corpo e il contesto che lo circonda sono un tutt’uno. Non solo perché a volte si confondono o si rimandano a poetiche somiglianze, ma anche perché sono due entità in costante relazione. È questa reciproca relazione che conta e fa sì che l’ambiente, nelle immagini scattate al museo come in quelle del fotografo, non sia un semplice sfondo o quinta scenica, ma parte attiva nella quotidianità della persona. Tenere a mente questo vuol dire procedere per la strada del benessere. Come già espresso in precedenti riflessioni l’ambiente agisce su di noi, come noi su di esso ed è il giusto equilibrio in questa relazione a darci un’armonia personale. (Una fotografia della natura: Sebastiao Salgado / Un viaggio dal nome Atlante: Luigi Ghirri) Per molti di quei bambini il museo è stata la loro casa per intere settimane, giornate passate nel tentativo di crescere tra giochi e attività, tra conoscenza e spensieratezza, tra regole e novità. Quella di ritrarsi in relazione al museo in delle fotografie è stata occasione per una maggior scoperta di questa casa e al tempo stesso del valore che loro possedevano in quel determinato luogo. E se potesse succedere in altri contesti della nostra quotidianità? La fotografia può aiutare a rispondere a questa domanda: ho letto una volta che l’apparecchio fotografico può essere definito come una macchina del tempo…geniale! A seguito della pratica al museo, però mi viene da pensare alla macchina fotografica anche come una macchina dello spazio, spazio inteso come contesto nella quale il soggetto si inserisce e si riconosce nell’immagine prodotta.

  

Si avverte perciò una non indifferente terapeuticità nel gesto fotografico, gesto che si condensa in una pratica che non è solo il momento del click, permesso da tecnica e apparecchio. In ogni caso basterebbe solo questo per recuperare una serie di elementi fondamentali per il nostro tempo quali l’attesa, la capacità di scelta, la fermezza della decisione e il valore dell’errore. La pratica (terapeutica) è presente infatti ben prima e dopo lo scatto e si concretizza maggiormente nello sguardo critico che si può avere sul mondo e nella capacità di creare conoscenza per se stessi e per gli altri. Queste poche parole su luogo e fotografia hanno lo scopo di danzare intorno al discorso della pratica terapeutica, vorrebbero puntare l’obiettivo e scattare per immortalare la fotografia nel ruolo di filo cucente. Filo che con tasti e bottoni, con obiettivi e inquadrature, sensori e colori cuce quella cesura che può crearsi tra il nostro mondo interiore e quello esteriore. Filo che si intreccia con il nostro sguardo e le nostre emozioni, con la nostra immaginazione e conoscenza andando potenzialmente a intessere una maggiore coscienza del sé. Esiste in questo un’idea di fotografia o di creazione dell’immagine come opportunità di incontro con il paesaggio: un’occasione di parlare con questi spazi, di porre loro delle domande e di reinterpretarne le risposte.

       

Testo di Francesco Serenthà

in collaborazione con Francesca La Terra, laureata in Archeologia ed educatrice presso il MUBA, Museo dei bambini di Milano.

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