Le città come musei a cielo aperto

TRACCE DI ARCHEOLOGIA QUOTIDIANA

È trascorso ormai un anno da quando, inaspettatamente, le nostre vite sono state stravolte da un virus e dalla sua conseguente pandemia. Pandemia che ci ha costretti a vivere in un modo che non abbiamo mai provato prima, perché ha cambiato le nostre abitudini, il nostro modo di vivere le relazioni (familiari e non), il nostro approccio al lavoro e perché ci ha obbligati a fare i conti con un tempo sospeso, fatto di lunghe attese e di giornate (quasi) tutte uguali. Ripensando a quel periodo possono tornare in mente le immagini delle nostre città riprese dall’alto con i droni: erano le stesse di sempre, ma allo stesso tempo così diverse perché completamente svuotate dalla nostra costante e quotidiana presenza. Immagini potenti che fanno riflettere sul valore storico e sulla bellezza eterna di quelle strade e di quelle piazze: che si tratti di grandiosi monumenti o di stretti vicoli con qualche rudere, tutto possiede piccole ma importanti tracce del nostro passato. Una delle emozioni che abbiamo sperimentato, rivedendo quei luoghi ora così lontani e distanti dalla nostra quotidianità, è sicuramente la nostalgia. Improvvisamente sono venuti a mancare i percorsi che ognuno di noi percorreva a piedi, in auto, in biciletta o sui mezzi per raggiungere il luogo di lavoro, per accompagnare i figli a scuola o semplicemente per fare una passeggiata. Ed è proprio lì, nelle strade che facciamo ogni giorno, che possono nascondersi infinite possibilità di scoperta.

 
Piazza Duomo a Milano deserta durante il primo lockdown.

Un piccolo ma significativo esempio ce lo dimostrano le targhe affisse agli angoli delle vie: i nomi che leggiamo ci parlano spesso di grandi uomini e grandi donne che sono passati alla storia, di luoghi che ricordano città o elementi geografici del nostro paese, oppure appaiono vocaboli strani e curiosi di cui spesso non conosciamo il significato. A Milano, per esempio, esiste via Laghetto: l’origine del nome è da ricercare nella presenza di un bacino d’acqua artificiale che si trovava a pochissimi passi dal centro. Fu infatti il duca Gian Galeazzo Visconti che, nel 1388, fece realizzare questo piccolo porticciolo per facilitare l’attracco dei barconi che trasportavano i marmi di Candoglia per la costruzione della cattedrale cittadina: il Duomo. Oggi di quel “laghetto” non vediamo più alcuna traccia poiché nel 1857 fu interrato per motivi di igiene pubblica. A volte capita anche di sbirciare all’interno dei cortili di antiche case o palazzi ed è proprio lì che possono nascondersi tracce antichissime di un passato glorioso. È quello che accade passeggiando lungo via Vigna. Attraverso la cancellata esterna di uno dei suoi palazzi si scorge ciò che rimane del maestoso circo romano. Parte delle strutture perimetrali dell’antico edificio sono ancora visibili e ricordano il periodo in cui Milano fu capitale dell’impero romano d’Occidente. Fra i monumenti più prestigiosi costruiti in quel periodo c’era il circo, luogo dove si svolgevano le corse dei carri guidate da bighe e quadrighe. E che dire del piccolissimo e grazioso Santuario di Maria SS. Bambina! Esso rappresenta uno dei luoghi più nascosti e più significativi della devozione dei milanesi verso la Vergine Maria. 

Milano, Santuario di Ss Maria bambina

Milano dove oggi c’è via Laghetto in una stampa ottocentesca

Queste scoperte si possono fare in una grande città come il capoluogo lombardo, ma anche in tantissimi altri luoghi del nostro territorio, anche in quelli che paiono più anonimi. E allora tornano familiari, semplici e dirette le parole dello storico dell’arte Tomaso Montanari: “I monumenti ci parlano. In ogni modo provano ad attirare la nostra attenzione, implorando uno sguardo, una nostra sosta. Lo fanno perché pur eterni o quasi, non vivono se non attraverso la vita dei vivi. Se accettiamo di far loro un po’ di spazio nella mente e nel cuore, in cambio essi rendono più intensa, più profumata, più profonda la nostra vita.”  Ed è totalmente vero. Un’espressione dal forte impatto emotivo che fa riflettere su quanto sia importante e urgente oggi riappropriarci dei nostri luoghi, delle nostre città: sentirle nostre non solo per il fatto di abitarle, ma perché esse possono raccontarci e insegnarci ogni giorno una storia diversa, che in fondo è quella di ognuno di noi.

Questa è una delle missioni dell’archeologia: rendere visibile ciò che spesso è celato agli occhi e alla mente. L’archeologo Salvatore Settis afferma che le rovine del mondo antico non sono solo una testimonianza tangibile del loro glorioso passato, ma anche del loro modo di “ridestarsi a nuova vita” ed essere al tempo stesso “un’intersezione tra visibile e invisibile”. Quindi cosa fa veramente la differenza? Il nostro sguardo. E l’Italia ha infiniti luoghi, monumenti, angoli e scorci che aspettano solo di essere colti dallo sguardo di un passante. Ed è grazie a quegli occhi curiosi e attenti che dei semplici ruderi possono trasformarsi in grandiosi monumenti, delle pietre ammassate l’una sull’altra trasformarsi in antiche e possenti mura a difesa di una città o vicoli anonimi elevarsi a strade dall’importante valore simbolico. E gli esempi potrebbero continuare. La valorizzazione del nostro patrimonio storico-artistico non è solo qualcosa che possiamo demandare agli esperti della cultura, ma consiste nella presa di coscienza che ciascun cittadino può assumersi per far sì che i resti del passato non rimangano solo semplici macerie. E lo strumento utile a tutto questo è la memoria, che diviene così il ponte tra passato e presente, il collante che tiene insieme una comunità e la sua città. È per questo motivo che le città possiedono un grande potenziale: esse possono essere vissute come veri e propri musei a cielo aperto! Perché, in fin dei conti, “il vero museo è composto dai luoghi, dai siti, dalle montagne, dalle strade, dalle vie antiche, dalle rispettive posizioni delle città in rovina, dai rapporti geografici, dalle relazioni tra tutti gli oggetti, dai ricordi, dalle tradizioni locali, dagli usi ancora esistenti, […] il paese stesso è il museo.” [Montanari]

Aprire gli occhi, tornare a camminare (appena sarà nuovamente possibile) e riguardare con uno sguardo rinnovato il nostro quotidiano, affinché la storia si sveli ad ogni angolo di strada. Tutto può essere davvero sorprendente!

Lo storico dell’arte Tomaso Montanari

Testo di Francesca La Terra, laureata in Archeologia ed educatrice presso il MUBA

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