Foto ad occhi chiusi….ma come?

Questa foto è stata scattata da me, Mattia, non vedente da molti anni e privo di qualsiasi capacità di mirare, mettere a fuoco e… scattare. La prima domanda che mi viene da porvi è: l’avreste mai detto? Non credo. Neanch’io, se lo vedessi, ci crederei. Il punto è che è davvero così: nel 2020 una persona non vedente può scattare delle foto, può collezionare dei ricordi visivi, che non può vedere né in fase di realizzazione, né in fase di consultazione e archiviazione. Ora certamente è il vostro turno di porre delle domande. E posso immaginare esattamente quali siano le prime due: come e perché? Procediamo per ordine.

Come una persona priva del senso della vista può scattare una fotografia? Sappiamo per certo, se non altro utilizzando la logica, che questa azione implica alcune fasi e alcuni oggetti:

  1. Essere in possesso di una fotocamera in grado di scattare delle fotografie.
  2. Essere in possesso di un occhio, possibilmente funzionante, che permetta di inquadrare con approssimativa precisione l’oggetto che si desidera fotografare.
  3. Essere in possesso di un senso estetico (condizione sufficiente ma non necessaria ahimè) che permetta di verificare la qualità dell’immagine: il fuoco, la luce, la posizione ecc.

Vediamo di affrontare ciascuna delle fasi con logica, razionalità e verosimiglianza.

Per quanto riguarda il primo punto, possedere una fotocamera, è presto detto: tutti gli smartphone oggi ne possiedono una, o addirittura più di una, ed ogni persona, anche non vedente, possiede uno smartphone. I progressi tecnologici hanno permesso la realizzazione di programmi che permettono ad una persona non vedente, che fa del tatto uno strumento primario di esplorazione dell’ambiente, di interagire con una lastra di vetro liscia e anonima come quella di un touchscreen. Passando il dito sullo schermo i pixel colorati e fastidiosamente silenziosi prendono vita e suono, e una voce legge le icone, i menu, i pulsanti e permette, grazie ad una serie di azioni sullo schermo, di interagire con essi. Il primo punto, sembra quindi risolto.

Per quanto concerne il secondo punto, possedere un occhio funzionante, ci viene sempre incontro santa o dannata tecnologia (in base ai punti di vista): siamo ancora ben lontani dall’occhio bionico, ma esiste una cosina chiamata intelligenza artificiale. Oggi, anche se magari non ce ne accorgiamo, fa parte della nostra vita. È dappertutto gente e non ve lo dicono! Aprite gli occhi! I nostri telefoni, le nostre casse portatili, persino le nostre lavatrici ormai apprendono: apprendono dalle nostre abitudini, sanno cosa facciamo quando ci svegliamo e ci propongono routine ad hoc, sanno memorizzare  la nostra voce e ci riconoscono, memorizzano il nostro volto e catalogano le foto in base alle persone inquadrate; affascinante? Certo! Inquietante… Altrettanto! Scegliete voi per quali dei due team capeggiare. La nostra privacy non esiste più perché le nostre informazioni sono su qualsiasi server della Silicon Valley o di qualche isola caraibica sperduta. Questo prologo complottista per dire che l’intelligenza artificiale ha raggiunto anche le fotocamere. I programmi all’interno degli smartphone possono riconoscere oggetti, paesaggi e persone e possono, se glielo chiedete gentilmente, ripetere queste informazioni tramite feedback vocale.

Esempio di vita vera: al momento di scattare la foto qui sopra il mio telefono ha pronunciato le seguenti parole: “A person posing in front of grass and tree, maybe Chiara”.
Per chi vuole la traduzione, a proposito di intelligenza artificiale, consiglio google translate.
Capirete che oggi, individuare oggetti, capire cosa si sta inquadrando, che cosa si ha sotto l’occhio… funzionante… della fotocamera è facile e permette lo scatto anche a chi, fino a poco tempo fa, non avrebbe mai potuto scattare una foto in modo sensato. Tralascio qui gli aspetti più utili e le implicazioni di queste capacità tecnologiche nella quotidianità di una persona non vedente. Le nostre informazioni quindi saranno dovunque, ormai sanno chi sono, cosa faccio e quali sono le mie abitudini… ma sanno chi? Il sistema ovvio! Beh, dal mio personalissimo e scurissimo punto di vista il sistema in cambio mi ha dato la possibilità di leggere cosa prendo dal frigorifero, di fare acquisti in autonomia, e di lavorare in autonomia durante il lockdown: un do ut des accettabile per quanto mi riguarda e pertanto vendo la mia anima al mefistofelico “sistema” per il momento… e probabilmente prima o poi me ne pentirò.

Al punto tre La tecnologia può fare, qualcosa, ma ben poco: dopo averci detto se il volto di una possibile persona è centrato, a destra, a sinistra, sopra o sotto, se la foto è a fuoco oppure no, non può spingersi molto oltre, anche perché entra in gioco una dinamica molto più eterea e complessa: il senso estetico, che, grazie al cielo, i nostri amici robotici non hanno ancora, al pari di moltissimi instagrammers, quindi direi poco male per il momento. Come poter sopperire a questa mancanza? Facile! Qui entra in gioco l’esperienza, la pazienza, una mano dagli altri e… più importante di tutti la fortuna cieca, che, se non altro per simpatia nel condividere la stessa disgrazia, ci darà una mano.

Tutto questo è quello che è successo quando ho scattato questa foto e credo possa essere un bell’esempio di come la tecnologia possa essere utilizzata e sfruttata, e non viceversa di come la tecnologia ci sfrutti e ci consumi. 

Ora dovremmo passare alla seconda domanda, cioè perché? Perché una persona non vedente dovrebbe fare una fotografia quando non può goderne in futuro? La domanda è lecita e sensata, ma a questa risponderemo, per quanto possibile, in un altro momento…
perché sempre il “sistema” ci dice che le serie TV vanno molto più dei film… quindi… alla prossima puntata!

Continua…

Testo di Mattia Tagliani

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