Strade vuote e cieli di speranza

È stato un anno difficile per gran parte della popolazione mondiale, complicato dall’avvento di una nuova pandemia che ha iniziato a mietere vittime e a mutare le nostre abitudini. I governi sono stati chiamati a compiere scelte decise, a prendere decisioni drastiche, a imporre limitazioni. Tutte le classi e le categorie colpite inevitabilmente si sono sentite danneggiate e non considerate. È toccato ai ristoratori e a tutti quegli esercizi che svolgono il proprio servizio prevalentemente nelle fasce orarie serali, ma è toccato anche e soprattutto al mondo della cultura e ai suoi esponenti.

Ci si è trovati a definire cosa possa essere prioritario e cosa invece secondario, tanto nei reparti di ospedale, dove non si era nelle condizioni di poter salvare tutti, quanto sul piano dell’aggregazione sociale. Purtroppo, come succede fin troppo spesso, la cultura e il mondo dello spettacolo sono stati tra i primi ambiti ad essere ritenuti superflui al punto da potervi rinunciare, chiudendo cinema, teatri, sale da concerto e palazzetti, biblioteche e musei… scuole. D’altronde si dice: «Impara l’arte e mettila da parte». È evidente che gli stadi e le sale siano pensati per ospitare folle, che i concerti e le mostre vivano di assembramenti. Di conseguenza, a livello di ragionamento risulta logica (e apparentemente inevitabile) la scelta di incidere su questi aspetti e di limitare occasioni “superflue” (se viste come intrattenimento) di diffusione del contagio. Altrettanto facile è pensare che la medesima musica ascoltata dal vivo sia ormai fruibile senza limitazioni grazie alle piattaforme digitali, sebbene non sia la stessa cosa, anzi, tutt’altro. Allargando il ragionamento al mondo del web e delle nuove tecnologie, esattamente come la comunicazione via social non può sostituirsi alle interazioni dal vivo e alla relazione concreta tra persone, fare didattica a distanza, osservare opere d’arte su internet e ascoltare musica con le cuffiette o con lo stereo o la radio a tutto volume, non sono la stessa cosa che poter assistere di persona all’esibizione di un musicista o alla visione di un’esposizione di quadri dai mille colori, con la rispettiva materia, fatta di sfumature e di pennellate. Il web offre un surrogato, un’alternativa, una possibilità, un completamento, e tuttavia le due cose non sono minimamente equiparabili.

Con queste premesse non vogliamo aggiungerci alla folta schiera di critici e di “tuttologi” che, con atteggiamento saccente senza offrire mai pareri o soluzioni costruttive, sono stati pronti a bombardare chi è chiamato a decidere. Non vogliamo appiccare un altro incendio, non serve; abbiamo bisogno di remare nella stessa direzione e di operare insieme e responsabilmente per il bene comune. Per questo motivo parliamo a posteriori, a distanza di mesi dagli eventi a cui facciamo riferimento. Con questo testo infatti vogliamo guardare a ciò che è stato con le nostre perplessità e tuttavia guardare a ciò che sarà con ottimismo, a partire dalla consapevolezza che, in realtà, le arti sono essenziali per la società, da sempre e forse per sempre. Infatti «Il comportamento rappresentativo è indissociabile dal linguaggio; esso dipende dall’attitudine stessa dell’uomo a riflettere la realtà in simboli verbali, gestuali o materializzati attraverso figure». «In maniera esclusivamente umana esso assicura al singolo individuo la fuga liberatrice, quella dell’artista o quella del consumatore, nel godimento di sentirsi perfettamente inserito nel pensiero collettivo o nella contraddizione e nel sogno» (André Leroi-Gourhan, antropologo). Forse proprio per questo, persino in questo momento l’arte non ha smesso di sbocciare, di colorare e sostenere le nostre giornate (indipendentemente dal fatto che possiamo essercene accorti o meno). «La figurazione è il linguaggio delle forme visibili; come il linguaggio delle parole, essa è legata alle radici dell’umanità e non esiste altra soluzione umana se non nella costruzione di parabole storiche che sostengano lo slancio creativo in una lunga ascesa, seguita da una caduta che si collega ad altre traiettorie più nuove» (ancora Gourhan). Le arti, anche se snobbate o sottovalutate, continuano a operare e a fiorire producendo cambiamento e donando sollievo.

L’ottimismo a cui faccio appello, però, è sostenuto soprattutto da un’ulteriore premessa inaspettata: di arte (con l’arte) si può vivere! Si fatica ma si può. Lo dimostrano i lavoratori delle realtà museali, lo studio di registrazione di Mirko Ferrara e Matteo Alberio, Musical Farm, Atelier Maramao, il collettivo Bidet à boire dell’amica Francesca Mussi, ma anche le esperienze di tanti compagni di studi, tanti artisti terapisti usciti dall’Accademia di Belle Arti di Brera. È il caso di Ottavio Mangiarini, artista di professione, ma anche del gruppo Artre, di arteMater, Arte e più, dell’Atelier di Sophie e del Gruppo Tra, di Studio 27 LAB, La Masca, Artis Onlus, Arte luce e di tanti altri creativi, tra operatori del mondo dello spettacolo e maestri d’arte di tutta Italia. Infine ci siamo noi, sì, anche noi di Associazione Croma, da anni attivi nei territori a nord di Milano. Ecco tanti volti di un’arte che esiste e che resiste, essenziale ma accantonata, sebbene meriti maggiore considerazione.

Ci sono state sere cupe e strade vuote. Nelle case rabbia e timore, ma dall’emozione può nascere un fiore. Dietro i palazzi scuri le arti ci mostrano cieli di speranza.

 

Testo e opere di Stefano Sorgente

Leggi gli articoli di Croma

Esplora Arti dal Mondo