Mimesi o espressività?

La ricerca artistica del mondo classico è alla base del modello estetico e visivo della cultura occidentale, quella nella quale viviamo. Inevitabilmente il giudizio personale e sociale con il quale ci approcciamo alla realizzazione di un disegno o alla rispettiva fruizione, è influenzato dal concetto di verosimiglianza, di realismo e, di conseguenza di mimesi, cioè di accurata imitazione della realtà. Se le capacità manuali e la padronanza grafo-motoria di un individuo non consentono il raggiungimento di un tale obiettivo, si tende a giudicare un lavoro artistico come inadeguato. Questa sentenza, a sua volta, può determinare una perdita di autostima con conseguente decremento dell’interesse per il disegno, per la pittura e la produzione visiva, a discapito della creatività personale.

“Sfortunatamente” le rivoluzioni artistiche di fine Ottocento e la lezione delle Avanguardie Storiche hanno rimescolato le carte ponendo in dubbio i fondamenti accademici della produzione creativa aprendo a nuove strade, nuove soluzioni, nuove possibilità, nuovi concetti, alterando i criteri di gusto e di giudizio dell’opera o dell’esperienza artistica. Modificati gli obiettivi dell’arte, alcuni requisiti tecnici sono talvolta diventati superflui o non necessariamente richiesti, né tantomeno fondanti. Nasce un fascino e un’esaltazione delle creazioni tribali, primitive, un apprezzamento per la “maniera” dei bambini, fino a giungere all’Art Brut, alla cosiddetta arte dei folli. Emblematica risulta la frase attribuita a Pablo Picasso «A quattro anni dipingevo come Raffaello, ma ci ho messo tutta la vita per imparare a disegnare come un bambino». Le Avanguardie sperimentano: le porte dell’espressione e della creatività accessibile a tutti potenzialmente si spalancano.

Se l’attenzione di psicomotricisti, psicologi e neuropsichiatri per il grado di rappresentazione raggiunto gradualmente dal bambino si comprende alla luce del lavoro di monitoraggio dello sviluppo psicofisico (esattamente come l’evoluzione della civiltà ha osservato uno sviluppo pittorico, decorativo e scultoreo sempre più realistico e raffinato), per contro, l’applicazione ferrea di un tale sguardo come unico requisito di osservazione ai fini della valutazione matematica del processo di crescita, assieme alle rispettive richieste di accuratezza mimetica, può escludere e precludere lo sviluppo e la sperimentazione di tutta una serie di altri aspetti creativi ed espressivi importanti per la manifestazione emotiva e per la ricerca di rappresentazione della realtà che circonda l’individuo, nel rispettivo bisogno di comprendere il mondo. Focalizzandosi sulle origini delle arti terapie e guardando alle modalità mediante le quali esse operano, indagando l’esperienza pittorica degli esponenti dell’Art Brut, si può notare quanto la pittura e il disegno abbiano molteplici funzioni e offrano simultaneamente disparate possibilità. L’opera è al contempo spazio espressivo nel quale depositare le proprie immagini interiori e attribuire una forma alla massa informe di sensazioni e impulsi, quanto luogo in cui fissare e legare in un contesto uniforme, integro, i frammenti di realtà che giungono dal mondo esterno. Si capisce bene, guardando principalmente l’ambito della malattia mentale, che l’attività di raffigurazione consente l’esternazione del malessere, o dello stato d’animo in generale, e contemporaneamente evita e contiene la frammentazione e il disgregarsi della realtà che può accompagnare certe forme di sofferenza psichica. Trasporre ed esporre vuol dire portare al di fuori di sé, comunicare, a se stessi e agli altri e, di conseguenza, guardare in faccia ciò che si vive, che si sente e che ora possiede un corpo proprio definito dall’azione della propria mano. Le forme, i colori e i caratteri di una tale figura suggeriranno all’autore e al fruitore molteplici elementi distintivi su cui lavorare, invisibili e irrimediabilmente sepolti o camuffati qualora invece l’unico modello rappresentativo accettato fosse stato legato al grado di adesione alla realtà mimetica.

Nella migliore condizione auspicabile, in condizioni standard di salute emotiva e mentale, il disegno rimane semplice diletto e passione; la pittura solo un mezzo espressivo, senza comunque perdere le possibilità sopraelencate, pertanto senza perdere le qualità terapeutiche intrinseche alla pratica artistica. Dare forma scritta, musicata, delineata e dipinta ai propri pensieri e sentimenti fa bene, sempre. Avere l’occasione di modellare liberamente le linee delle idee che affollano la mente senza alcun vincolo di realismo, consente di giocare con i propri fantasmi, plasmandoli e ridimensionandoli a proprio piacimento. Al contempo, l’attenzione realistica della figurazione incentivata dagli specialisti della riabilitazione psicomotoria e psicofisica, offre la possibilità di crescere nella padronanza del proprio corpo, nelle capacità tecniche e manuali specifiche dell’individuo, e di farsi un’idea più chiara del mondo con il delinearsi sempre più accurato delle forme che si osservano. L’equilibrio tra queste due vie può agevolare la crescita senza inibire la creatività. Si tratta solo di evitare di contrapporre queste due differenti possibilità dell’uomo.

Testo di Stefano Sorgente

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