Le esigenze ci hanno posto in ricerca, un incontro ci ha unito e una visione comune ci ha portato a camminare. Avevamo un orizzonte a cui puntare, una ricetta per capire come poter procedere e gustarci il viaggio, e un popolo a cui ispirarci e a cui aspirare.
Possiamo dire di aver realizzato quei propositi e un nuovo capitolo della nostra storia prende il via.
Tuttavia, quando mi è stato chiesto per la prima volta se fossi disposta a entrare a far parte di Croma, ero nel mezzo della mia formazione universitaria in psicologia ed ero ben consapevole del fatto che di musica e arte, pilastri fondanti dell’Associazione, me ne intendessi davvero poco, se non per piacere personale. Di musica ne ho sempre ascoltata tanta e diversa, ma avevo abbandonato tutti i miei tentativi di imparare a suonare uno strumento; dell’arte, invece, ho sempre apprezzato le capacità degli altri, un po’ meno le mie.
Il punto di partenza
Quindi, io che c’entravo? Come potevo essere utile? Che apporto potevo dare?
Mi posi queste domande, ma l’entusiasmo di fare nuove esperienze e la fiducia riposta in me dagli sguardi di Mattia, Stefano e Francesco mi spinsero a buttarmi e vedere cosa sarebbe successo.
In poco tempo capii che, seppur con esperienze e formazioni diverse, parlavamo la stessa lingua e avevamo tutti in mente lo stesso obiettivo: avere cura della persona. Con il tempo imparai che non era necessario saper disegnare o suonare per sentirmi parte di Croma, perché potevo mettere in campo ciò che fino ad allora avevo soltanto letto sui libri: esserci, incuriosirsi dell’Altro e stare nella relazione, senza alcuno scopo performativo.
L’importante non era puntare esclusivamente al risultato, ottenere una grande opera o una composizione sublime, ma avere cura del processo e della relazione con le persone che decidevano di mettersi in gioco.
La lunga formazione sulla persona e sulle relazioni mi permetteva di aprire lo sguardo a dinamiche interne ed esterne che i canali espressivi della musica e dell’arte potevano facilitare, ricercando nei segni e nelle attività pensate insieme significati profondi e introspettivi.
Un nuovo capitolo
Da qui nacque gradualmente il desiderio di trovare uno spazio, all’interno di Croma, per questo mestiere psicologico, incarnato nel tempo da un crescente numero di colleghe e presente, in realtà, in tutte le attività, i progetti e le iniziative, come modo di pensare e di stare nella relazione.
Scrivere un nuovo capitolo, di fatto, non è mai semplice: richiede tempo, cura, attenzione, formazione e creatività. Ma eccoci qui!
Introdurre oggi una visione psicologica all’interno della rete di Croma ETS aiuta ad arricchire il vocabolario di letture e significati che ogni professionista, con la propria formazione e la propria esperienza unica, porta con sé.
Sguardo rinnovato
Questo sguardo ci accompagna nel pensare e costruire progetti, formazioni e incontri, ma soprattutto nel modo in cui scegliamo di stare accanto alle persone. Non si tratta di “applicare tecniche”, ma di assumere una posizione fondata sull’ascolto, sulla presenza e sulla possibilità di leggere ciò che accade nella relazione.
Nel lavoro psicoterapeutico, infatti, spesso il primo passo non coincide con il trovare risposte, ma con il creare uno spazio sufficientemente sicuro in cui una persona possa sentire di poter esistere senza doversi spiegare immediatamente. Le arti, in questo senso, diventano linguaggi preziosi: aprono varchi dove le parole faticano ad arrivare, permettono di comunicare senza l’urgenza della definizione e consentono di sostare nelle emozioni senza necessariamente doverle ordinare subito in un discorso coerente.
Accade allora che un ritmo condiviso favorisca un incontro, che un colore scelto d’istinto racconti qualcosa di sé prima ancora che la mente riesca a formularlo, che un laboratorio diventi un luogo in cui sperimentare modalità nuove di stare con gli altri e con se stessi.
Solo insieme: integrazione, possibilità, valore
In questi momenti il ruolo psicologico non coincide con l’interpretare o con il dare significati dall’esterno, ma con il custodire il processo, sostenere la possibilità espressiva e riconoscere valore in ciò che emerge.
Abbiamo imparato che la cura passa spesso attraverso esperienze profondamente umane: sentirsi visti, ascoltati e accolti senza giudizio. Ed è forse proprio qui che le diverse professionalità iniziano davvero a dialogare tra loro. L’artista porta immaginazione, sensibilità e possibilità espressive; l’educatore costruisce contesti di crescita e partecipazione; lo psicologo prova a mantenere uno sguardo attento alle dinamiche relazionali, ai bisogni emotivi e ai significati impliciti che attraversano ogni esperienza. Nessuno sostituisce l’altro, ma ciascuno amplia il campo dell’altro.
In questa integrazione abbiamo scoperto qualcosa di importante: la persona non può essere ridotta al suo sintomo, alla sua difficoltà o al suo ruolo sociale. Ogni individuo porta con sé una storia, risorse, fragilità, desideri e possibilità ancora inesplorate. Avere uno sguardo clinico, per noi, significa allenarsi a vedere tutto questo, senza fermarsi alla superficie.
Costruzione di un’identità: da Croma a Croma ETS
Per questo motivo oggi sentiamo che il nuovo capitolo di Croma non riguarda semplicemente l’aggiunta di nuove figure professionali, ma la costruzione di un’identità ancora più capace di accogliere complessità, differenze e trasformazioni. Un’identità che continua a credere nelle arti come esperienze profondamente relazionali e nella relazione come spazio potenzialmente generativo e terapeutico.
Forse è proprio questo che continuiamo a ricercare: luoghi in cui le persone possano sentirsi libere di esprimersi, sperimentarsi e, talvolta, ritrovarsi. Luoghi in cui non sia necessario essere “bravi” per partecipare, ma disponibili a mettersi in gioco e “starci”. Luoghi in cui la cura possa nascere anche da un suono condiviso, da un gesto creativo o da un silenzio rispettato insieme.
Testo di Alessia Pirola
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