C’era una volta la cera

Candele che illuminano la notte, lucido per pavimenti: la cera da tempo immemore è al servizio dell’uomo. Un materiale generoso, dedito a fare il proprio dovere e pronto a lasciare la scena, spesso sacrificandosi, lasciandosi distruggere, fino a diventare scarto e a svanire.

Nella storia dell’arte la cera si è fatta gregario, ottimo mezzo per partecipare alla produzione di calchi scultorei (è noto infatti il metodo della fusione a “cera persa”). Essa, secondo Sartori, partecipa alla lucentezza delle statue di Canova. In Asia e in Africa, questo materiale conquista un posto di maggior rilievo e visibilità con la tecnica del “Batik”, una pratica nella quale la cera diventa strumento pittorico, isolante per preservare alcune zone dalla colorazione grazie al proprio carattere idrorepellente. Così facendo, il sacrificio della cera lascia il segno, dura nel tempo e assicura una permanenza per lei mai vista altrove, perlomeno fino alla dignità regalatale da Medardo Rosso che, a fine Ottocento, se ne serve per le proprie opere scultoree.

La cera infatti è silenziosa, scivolosa, sfuggente. È malleabile e per questo comoda, utile. È un materiale “gentile” e, per tale motivo, abusato, sfruttato con noncuranza. Le rispettive caratteristiche e la sua storia secolare, insegnano e suggeriscono come fare però tesoro di questa incredibile discrezione. Ogni vissuto difficoltoso può infatti mutare in punto di forza. La cera è abituata a dissolversi, a passare inosservata, ha un tocco silenzioso, tutt’altro che appariscente, perlomeno all’inizio, come una persona che sa farsi vicina e sostenere senza tante parole, disposta a sparire perché altri possano trovare spazio e farsi posto; decisa a tacere e a perdere la voce perché qualcun altro possa ritrovarla. Disegnare con la cera cautela dall’immediatezza dell’immagine visiva che fuoriesce abitualmente dalla pratica del disegno. Questo modo di agire protegge dalla fatica del confronto con ciò che non piace di se stessi, del proprio operare, del risultato che si è in grado di produrre, e da quello che non si riesce a ottenere. La cera è ideale per chi ha energia ed estro da spendere e, al contempo, fatica a tollerare l’errore. Viceversa però, la discrezione che le è propria la rende inadatta (perlomeno in una prima fase di incontro) a supportare chi è così fragile da necessitare di basi solide e di riferimenti ben visibili. Il segno bianco su foglio bianco può terrorizzare enfatizzando il vuoto del supporto ma, nella stragrande maggioranza dei casi, il candore invisibile del tratto dona libertà espressiva, leggerezza di spirito, disinibizione nel movimento. La cera, poi, può rivelarsi paziente, caparbia, resistente: rimane! L’azione invisibile non deve prolungarsi oltre le aspettative, oltre i tempi consoni per la sperimentazione grafo-motoria. Dopodiché tutto è pronto per lo stupore: stendere pennellate di colore diluito, velature di un fluido scorrevole ma visibile, fa sì che dalle acque emergano come isole i rilievi dei tratti tracciati con il blocco di cera. Nessuna ondata può scalfirli, tutto scivola di dosso. Il segno si mostra, appare nitido. Assieme al colore puro si rivela in tutta la propria essenza lineare, si dimostra chiaro, luminoso, bello da vedere, acceso quanto la tinta con la quale interagisce, tra contrasto e valorizzazione vicendevole. Era atteso e soddisfa le aspettative, stupisce, affascina. La cera prima invisibile, ha lavorato silenziosamente per dare gioia all’autore; resa osservabile, svelato il lavoro nascosto, fattasi presenza, riesce nel proprio operato: dona forma alla gioia, slancio e piacere all’artefice.

Le qualità di ciascun materiale suggeriscono i possibili usi a cui la rispettiva materia si lascia adattare. Osservare, sperimentare, consente di individuare i punti forti degli strumenti in proprio possesso, favorendo il migliore e più efficace utilizzo degli stessi, secondo le rispettive possibilità. Dialogare con la materia, vuol dire imparare ad ascoltare e ad interagire con l’esterno, avviando il processo terapeutico. La cera, nello specifico, credo si possa dire che educhi al servizio, alla discrezione del lavoro dietro alle quinte, che si palesa nel risultato finale, donando gratificazione. Lo abbiamo visto con i nostri occhi, toccato con le nostre mani; lo hanno sperimentato anche i bambini e gli operatori che la nostra associazione ha incontrato durante laboratori come Botta e risposta e Io, l’altro, tutti.

Per Croma la cera è bellezza e magia. Forse perché abbiamo vissuto anche noi la gustosa sorpresa del disvelamento dei segni bianchi tracciati in seguito alla stesura del colore. È incredibile il suo continuo riproporsi, scostando le gocce di colore, quell’urlo candido che suona come un dolce canto e che afferma: «Eccomi!». Questo materiale forse ispira simpatia e rispetto anche per la discrezione con cui silenziosamente lavora e si conquista la scena, non per se stessa, ma per la gioia di chi agisce e di chi guarda.

Testo di Stefano Sorgente

Da tecniche e materiali approfonditi anche grazie al confronto attivo con Paola Sorgente.

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