RI-SCARTO, i segreti della carta.

La leggenda vuole che l’invenzione della carta si situi in Cina già tre secoli prima di Cristo. Quel che è certo è che nel 105 d.C. il funzionario imperiale Tsai-Lun, arrivò alla realizzazione di un foglio di materiale povero, di facile conservazione e soprattutto nato da un semplice procedimento. La cosa che fu importante è che su questo supporto era possibile esprimersi graficamente ancor meglio rispetto a pelli o a pergamene. Da allora questo materiale ha sviluppato i propri processi tecnici in base alle esigenze e il suo utilizzo si è evoluto e si è modificato soppiantando le tecniche e i materiali già esistenti. La carta ha comportato una vera rivoluzione per lo sviluppo della conoscenza motivo per cui il suo utilizzo si diffuse molto rapidamente soprattutto in oriente.

Cos’è allora quest’oggetto che per millenni è sopravvissuto ed è arrivato fino a noi, permeando il nostro quotidiano tra mille differenti utilizzi e diverse tipologie?

Come può essere indirizzato uno sguardo nuovo e curioso su questo comune e strano materiale?

Attualmente la carta si abbina quasi esclusivamente al risultato di un processo industriale e quindi ai supporti più comuni e per via dell’arrivo dirompente negli ultimi decenni dei supporti digitali, essa è un mezzo espressivo che spesso viene sottovalutato. Di natura semplice si pensa sia utile solo in maniera subordinata ad altri materiali e processi. Il tempo ha fatto sì che quel comune sapere manuale e artigianale sulla costruzione della carta sia andato lentamente a scomparire dalle tradizioni e dai ricordi. Non tutto è perduto: nella contemporaneità essa può rinascere con una forma nuova scoprendo che, al contrario delle aspettative, possiede grandi qualità estetiche e grosse potenzialità espressive.

I mondi dell’arte e della creatività hanno fatto ampio uso della carta per qualsiasi esigenza: da semplici appunti o bozze a disegni più complessi e definiti, passando dall’universo della pittura a quello della scultura, dalla grafica all’architettura e non solo. Sembra proprio che le basi e le fondamenta di qualsiasi opera d’arte che ci troviamo di fronte siano costituite da semplici e intonsi fogli di carta. Fogli per disegnare e scarabocchiare, fogli per annotare, accartocciare e riprovare, fogli da modellare e impastare.

Abbiamo mai provato a pensare alla carta come processo? Come scultura, come paesaggio o come creazione e dialogo?

Molti artisti l’hanno utilizzata non solo come supporto o mezzo di partenza per la creazione delle loro opere, ma anche come puro mezzo di espressione. Questo affascinante materiale può anche non sentirsi piccolo se messo a confronto con le classiche materie dell’arte come il marmo, il legno, la creta o qualsiasi tipologia di materiale. La materia riattiva processi creativi che, affini all’idea di arte come potenziale terapeutico, portano alla conoscenza del sé. Infatti la carta, nei suoi possibili percorsi ha e può avere un continuo riscatto, o come mi piace definirlo ri-scarto, una continua e perpetua trasformazione necessaria alla nascita di mondi altri, di stati completamente opposti ma contigui, utili al creatore per rinnovare continuamente il pensiero sulle cose e, perché no, anche su se stesso, in un viaggio unico che si fa motore del fare creativo. Allora perché non fare questo viaggio insieme? Partiamo infatti da un foglio intonso, pulito, senza macchie ne pieghe e tracciamo su di esso segni e gesti utili a creare un disegno di intrecci e di graffi. L’opera sembra conclusa. Non sempre però quello che abbiamo in mente traspare in ciò che creiamo causando così piccole ma pericolose frustrazioni che generano paure. Abbiamo sempre pensato al foglio come punto di non ritorno, come punto finito di un determinato gesto e l’istinto primario, dopo l’errore, è quello di accartocciare, addirittura di stracciare e rifare: come poter pensare in maniera altra? Questo momento è cruciale poiché è qui che il potere della carta si fa attivo e dirige le nostre azioni sul ri-scarto: piccoli o grossi che siano il disegno ha lasciato in noi tanti punti di domanda e tante incomprensioni sulle nostre capacità e un gesto difficile e coraggioso ci attende, ovvero quello dello strappo: anche se è un disegno venuto male è pur sempre una nostra creazione e nasce in noi un certo tipo di resistenza nello strappare. Però da questo strappo si fa possibile la trasformazione della carta, una metamorfosi che passa dai frammenti e arriva all’impasto. Infatti a questo punto gli strappi possono essere immersi nell’acqua e riemergere solo per essere frullati: nasce la polpa di carta. Solo ora si capiscono le infinite sfaccettature che la carta può assumere e noi con lei. L’arte, il fare creativo sono terapeutici poiché nel loro gioco mutevole con forma e materia portano alla consapevolezza e all’espressione del sé e la carta ci aiuta in questo. In questa esperienza dove si passa dalla materia alla mano e dalla mano alla materia nasce la possibilità della rigenerazione e le immagini dinamiche che ne scaturiscono sono fonte di vitale energia. Immagini nostre, immagini di noi. La polpa di carta, quando non è scultura o pittura, quando non è sperimentazione o prova, può essere stessa, pressata e sgocciolata. Dopo il lento attendere dell’asciugatura troviamo un foglio nuovo nato dai nostri errori e dai nostri sbagli, ma che nel circolo degli eventi si fa capace della rimarginazione di fratture e paure, un foglio che pur essendo tornato pulito e privo di segni ci contiene, racchiude il nostro errare ma anche la nostra energia nel riprovare.

Si può dire che questo materiale si è reso partecipe e centrale per la trascrizione della creatività umana e costituisce l’umile punto di partenza del nostro quotidiano. Ora lo conosciamo non più solo come punto di partenza: con un movimento ciclico la carta muore e risorge, si strappa e si rimpasta avvicinandosi metaforicamente a quel quotidiano che dopo l’inabissamento cerca l’ascesa.

Continua…

Testo di Francesco Serenthà

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