Riassunto
Il racconto di un'esperienza nella quale la pratica del ritratto e l'immagine portano al riconoscimento di sé. L'articolo introduce il tema dell'Alzheimer portando a riflettere sul ruolo del terapista, della pratica artistica e sulla malattia.
Essere uno specialista della cura della persona non vuol dire avere la bacchetta magica e la soluzione pronta per ogni evenienza. Le nozioni non devono imbrigliare dentro schemi precostituiti perché ogni persona è differente. Ci sono materiali, strumenti, tecniche e attività più indicate per una determinata situazione invece di altre, però il lavoro educativo e terapeutico è fatto soprattutto di presenza ed empatia, osservazione e ascolto attenti che conducono a scelte rispondenti. La conoscenza pregressa è al servizio dell’esperienza nella relazione. Perciò, si procede anche per tentativi.
Ad agosto 2024, ho avuto il piacere di passare qualche giorno in compagnia di una signora affetta da Alzheimer. In passato non ho mai avuto modo di fare pratica con persone in quella situazione. Quello che sapevo sulla materia era frutto degli studi e della Musica Buona dei Pinguini Tattici Nucleari e di Lorenzo Baglioni (ma di questo ne abbiamo già parlato).
Fortunatamente sapevo abbastanza di lei, del suo amore per l’ordine e per la pulizia, della propensione dei componenti della sua famiglia a svolgere pratiche artistiche, fino al canto e allo studio di strumenti musicali. Sapevo anche che, da quando le era stato diagnosticato questo disturbo, la cara signora aveva avuto modo di tenersi in allenamento tramite attività manuali.
La cura del setting e la scelta del lavoro
Così, al mio arrivo, ho pensato bene di mettere a disposizione un foglio e degli strumenti grafici, e ciascuno dei presenti si è seduto a disegnare. Non mi sono permesso di dare indicazioni né di forzare alcun tipo di risposta, non questa volta; mi interessava solo creare un contesto di vicinanza, stare insieme in un tempo e in un modo diverso, fornendo un modello non vincolante.
La signora infatti era più interessata alla decodifica di lettere e al riconoscimento di grafemi ovunque essi fossero, compresi quelli stampati sulla gomma per cancellare e sull’impugnatura della matita. Io ho deciso di provare a farle un ritratto. Sarà stato un azzardo?
Di recente con alcune bambine con Sindrome dello Spettro Autistico, la medesima attività ha destato stupore e piacere.
Fare i conti con l’immagine di sé è sempre un’esperienza di grande impatto perché vuol dire guardarsi da fuori, riconoscersi e confrontarsi con caratteristiche che possono piacerci e con altri aspetti con cui facciamo fatica a convivere. A tutto questo si aggiunge la capacità del ritrattista di saper catturare la realtà che osserva e l’animo della persona raffigurata tramite le espressioni del viso. Lo stile dell’autore, inoltre, può influire aggiungendo peculiarità che possono attivare il gusto e la soggettività dell’osservazione nel rapporto con il soggetto rappresentato. Insomma, si possono intuire i rischi della strada intrapresa.

Un ritratto, vari stimoli e differenti interessi
Ho cercato di fare un ritratto quanto più attendibile. Ho osservato e riportato con attenzione i lineamenti sul foglio, ho riprodotto le rughe caratteristiche di quel volto che aveva trascorso un buon numero di inverni. Ho fatto anche tutto il possibile per catturare quella bellissima risata fugace che talvolta compariva ma che troppo in fretta svaniva in una successiva espressione di dubbio, tipica di chi osserva e studia la situazione. Sì, perché in un contesto del genere ogni cosa col nuovo giorno può essere ignota, ogni concetto e dettaglio da riscoprire, ogni fiducia e rapporto da ricostruire. Eppure, nella mente, ogni cosa può altresì essere custodita, intrappolata, spesso inaccessibile, però presente. Occorre trovare la chiave giusta per aprire quella serratura fintantoché rimane disposta a scattare.
In questo caso, la storia personale, il tempo che passa, la mia puntigliosità e il rapporto con la propria immagine, si sono rivelati ingredienti indispensabili per ottenere qualcosa.
La signora era incuriosita dal mio operato, così a lavoro ancora in corso, le ho sottoposto il ritratto che stavo realizzando, ottenendo in risposta un: «Non mi piace!». Dopodiché l’attenzione è tornata sull’infinità di caratteri che ci circondavano. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Una bella e distinta signora, può rivedersi e accettare i segni dell’età e della sofferenza?
Presenza e risposta
La malattia lascia traccesul corpo e nello sguardo, e il risultato di un’opera attenta può portare a esiti non dissimili dalla serie degli alienati di Gericault.
Io ho proseguito il mio operato, mentre l’attenzione della cara signora si faceva calamitare da qualsiasi altra cosa. Ha mostrato persino un rinnovato interesse per la matita che aveva tra le mani, questa volta con l’intenzione di usarla, tuttavia sembrava quasi incapace di programmare l’azione. L’abilità e i ricordi sono tornati grazie alle emozioni interne: in un secondo momento, ha voluto guardare ancora una volta il ritratto.
Con mani esploratrici, sembrava intenta a percepirlo mediante il tatto, come se volesse prenderlo per comprenderlo. Aveva una concentrazione quasi febbrile e, proprio quando sembrava che lo stesse apprezzando, tutto è mutato: «Io non sono così!», ha ribadito con estrema lucidità e con vigore ritrovato. Poggiata la matita sul volto disegnato, rapidamente lo ha scarabocchiato come per cancellarlo e negarlo… ecco come si faceva a usarla!

La cura al centro
Non è successo niente di grave, era una possibilità messa in conto, e l’ “opera”, in casi come questi, non è la cosa più importante. Nelle arti terapie, la pratica e il prodotto sono un mezzo per favorire benefici. All’interno della relazione (terapeutica e non) tutto è in divenire e in continua costruzione. La serenità è tornata, le faccende sono riprese, i giorni a seguire sono stati belli e toccanti.
Una situazione di questo tipo non è certo un fallimento perché ha attivato un’azione immagazzinata nella memoria che fino a un attimo prima pareva dimenticata; ha suscitato emozione e restituito lucidità: c’era un visibile barlume di consapevolezza in quel confronto col ritratto, nelle frasi dette e nei gesti scaturiti. Se si tiene sempre a mente che la cosa più importante è perseguire il benessere di chi si ha davanti, si rimane sulla retta via nel percorso di cura ottimale e tentativi come questi sono parte integrante di un viaggio ricco di saliscendi.
In ricordo della cara Signora Carla
Testo di Stefano Sorgente
Ripercorri il diario delle nostre esperienze, approfondisci teoria e pratica terapeutiche o scopri i contenuti inerenti alle arti terapie
